In Prima della Scala ci troviamo immersi nella rappresentazione stilizzata di un circo reale. Nella velocità dell’intreccio, la bassezza di personaggi arraffoni, prevaricatori ed egoisti si stempera finché nel finale l’umanità fallace offre a sé stessa una seconda possibilità. Zabatta mette in scena un esperimento per sondare i sentimenti dei suoi dipendenti-successori e decidere se affidare loro le sorti del suo circo. Al disgregarsi suggerito dall’inconsistenza dei sentimenti di coloro che pur lo chiamano ‘genitore’ e che lui stesso definisce ‘figli’, preferisce la seduzione della rinascita, dell’acrobatico tentativo di riscattarsi nella messa in scena de La Scala di Seta. Nel contesto della farsa rossiniana il circo invece diventa la metafora che contiene la struttura acrobatica delle relazioni tra i personaggi, una rete credibile solo nell’illusione e per questo capace di farci riflettere. ‘Cerco una bella, e due qui ne ritrovo!’ esclama Blansac – quasi come un prestigiatore che si compiaccia della riuscita di un trucco – all’inizio della scena decima. Giunto a Parigi per sposare Giulia, promessagli dal tutore Dormont, Blansac approfitta di un incontro casuale per corteggiare la di lei cugina Lucilla, risvegliando nella ragazza gli ardori giovanili. Nella casa di Dormont la vita scorre immancabilmente sotto gli occhi di osservatori nascosti, tra menzogne ed astuzia, ingenuità e pragmatismo. Ciò che nella vita reale indurrebbe dubbi esistenziali, nella farsa genera una specie di prisma attraverso il quale l’uomo osserva sé stesso ridendo e così percepisce i propri limiti. Mentre nella nostra tormentata attualità il mondo lancia grida di allarme, nella leggerezza di queste proposte teatrali si cela un messaggio di speranza: il possibile manifestarsi del bello nell’inattesa acrobazia che alla fine mette tutti d’accordo. Deda Cristina Colonna
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